 Le
fotografie di Marco Bellavita producono il solito, piccolo miracolo
di tutte le grandi fotografie. Toccano nel profondo il nostro stesso
sguardo. Non si limitano a metterci in relazione con una figura del
reale. Sollecitano, per così dire, quella attitudine a desiderare
che è connaturata al nostro sguardo. Ci fanno sentire quella specie
di avido, insaziabile desiderio del mondo che si risveglia in noi ad
ogni apertura di palpebre. Lo vediamo nelle fotografie del Messico
(come quella - davvero stupenda, da grande reporter - degli operai
appoggiati alla barricata, in attesa di una offerta di lavoro).
Lo vediamo nelle fotografie della Valsesia. Una epopea per immagini.
Attraverso queste fotografie, una valle delle Alpi si manifesta ai
nostri occhi non come un mondo, ma come il mondo. In tutte le sue
dimensioni. Da un minuscolo, perfetto uovo di girino alla grandezza
di uno strepitoso tramonto sulle montagne, dalla faccia della gente
alla forma dell'architettura.
E,sempre, ciò che ci viene da chiamare "l'eterno" ci appare
- in queste fotografie, in questo sguardo - indissolubilmente legato
a ciò che ci viene da chiamare "l'effimero". Lo sguardo
che in queste fotografie ci capita di cogliere, di "vedere",
ancora prima della cosa fotografata - e che finiamo per sentire del
tutto nostro - non è uno sguardo teso a impossessarsi del mondo. E'
uno sguardo che si dà al mondo. E forse proprio per questo - questa
generosità, questa disponibilità - che paradossalmente mette le
fotografie di Marco Bellavita in grado di comunicarci un sapere
semplicemente essenziale. Il mondo - il mondo che conta, il mondo
come valore assoluto - non è sempre altrove, in qualche altrove da
sognare, da vagheggiare, da fantasticare. Il mondo è qui, adesso.
Individuato e infinito. Smisurato e a portata di mano.
Emilio
Tadini |